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Vita in cartiera

“I cartai stanno di casa in cartiera, sono la cartiera stessa, vi appartengono come le mura e gli arnesi; sono un minuscolo stato, retto da usi e da tradizioni di secoli.”
(1961, Ricordanze di un cartaio, Carlo Magnani).

Intorno all’opificio ruotava la vita degli imprenditori, dei mastri cartai e dei lavorenti.
Nell’opificio questi lavoravano e vivevano, dando luogo ad una “comunità nella comunità”, caratterizzata spesso da vere e proprie strategie matrimoniali, architettate al fine di mantenere i segreti della lavorazione all’interno di una cerchia ristretta.
Gli appartenenti alla comunità, ritenendo di differenziarsi da un contesto socio culturale arretrato, si distinguevano spesso nella vita politica e amministrativa locale.

Il “Regolamento dell’Arte della Carta all’uso di Toscana” del 1820 chiarisce mansioni e doveri delle figure professionali che operavano in fabbrica: il Ministro della cartiera, con il compito di sorvegliare tutte le fasi della lavorazione, il lavorente al tino (Mastro Cartaio), con il compito di tessere il foglio e vigilare sulle fasi più qualificate della produzione, il ponitore, che poneva il foglio su un feltro dopo averlo levato dalla forma, il prenditore, che estraeva la forma dalla tina con la pasta di carta, lo studente, detto il reggente delle pile, il ruolo più contestato, e il levatore, con il compito di levare i fogli dai feltri.

A queste figure si aggiungevano le donne, che ricoprivano vari ruoli: la straccina, colei che stracciava i cenci, selezionandoli e ripulendoli, l’ammanitora, che staccava i fogli uno dall’altro, la spandente, che poneva i fogli sulle corde di canapa degli spanditoi, la battitora e la sceglitora.

L’organizzazione del lavoro prevedeva una struttura fortemente gerarchica: il cartaio abitualmente riceveva in assegnazione dal proprietario della fabbrica alcuni locali siti nello stesso fabbricato. Al ministro, ad esempio, spettavano tre o quattro stanze; al lavorente, di regola, due locali, camera e cucina.

 

 
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